AN ANTHOLOGY OF THOUGHT & EMOTION... Un'antologia di pensieri & emozioni

Sunday, 17 January 2016

VOGLIA DI AMARE, VOGLIA DI MORIRE di Bruno Zanin

Un racconto che lo scrittore e attore Bruno Zanin mi ha generosamente concesso di pubblicare:



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Parco degli Acquedotti, Roma


“Alzati e vestiti, vigliacco, prendi la metrò e vieni fin qui a Cinecittà, ti porto a vedere un posto fantastico, al parco degli acquedotti, ci sei mai stato? No, vero? Allora ecco l’occasione per conoscerlo, è lì che Pasolini ha girato Mamma Roma …
Ti aspetto alla stazione Subagusta fra un’ora, ok, e poi stasera magari ti offro una pizza lì vicino se ti va….”.

Era Jono al telefono, non avrei nessuna voglia di uscire, tanto meno di vedere gente, ma Jono è Jono, e  gli ho detto di sì e così mi sono alzato, una sciacquata sommaria al viso stropicciato, una spruzzata di dopobarba per togliermi da dosso l’odore di  stanza troppo a lungo chiusa, una maglietta pulita, lo zainetto in spalla con dentro un quaderno per gli appunti, scendo in strada, raggiungo la metrò qui vicina e vado all’appuntamento, in mano un libro di Coelho, Veronika.

Non c’è uno solo di questi posti a Roma che io non l’abbia visitato almeno una volta nei tanti anni che ho vissuto qui; ho avuto per un certo periodo anche una vespa e ogni primavera, come ora, tormentato dalla malinconia, da una smania di incontri e di corpi, di perdermi tra rovine e fossi, di saccheggiare frutta e cuori,  me ne andavo all’avventura a visitare campagne e borgate passando per  antiche strade quasi sempre da solo o in compagnia di qualche fuggitivo come me che aveva trovato temporaneo asilo a Roma e mi aveva offerto il suo cuore, a volte anche il contenuto del suo magro portafoglio. E’stata una giovinezza stralunata, mai stabile e quieta la mia, e quando arrivai la prima volta qui nella capitale, in autostop, avevo 16 anni, ero scappato di casa, giravo e frequentavo le piazze conosciute della ribellione e della rivoluzione giovanile, Santa Maria in Trastevere, Trinità dei Monti  la più famosa  ma anche Campo de Fiori, ora movida, merdaio dei turisti, la più politicizzata. Sopravvivevo facendo colletta, mangiando dalle monache all’Aventino, dormendo nei parchi, nel barcone sul Tevere vicino ponte Matteotti,  dove c’era anche il fumo e lo stordimento, oppure a casa di qualche ammiratore benestante; ogni tanto qualcuno mi portava in trattoria, ma per i più era in camera da letto il posto dove preferivano portarmi. D’estate erano scorrerie per la campagna pontina... quanti pomeriggi di noia e disperazione sulle spiagge del litorale a bere e sballare, sopra di me un cielo inesauribile di forza e di luce. Insaziabile, divoravo libri, scribacchiavo poesie su quaderni malconci e scrivevo lunghe lettere a mia madre, in croce su una nostalgia che mi straziava e mi nutriva. Passavo così i miei giorni, le mie stagioni di uccel di bosco. Anche quando la buona sorte mi offrì una opportunità impensabile e mi permise una casa e un lavoro, mi è rimasto  il piacere di girare e scoprire nuovi posti, angoli misteriosi e sconosciuti di Roma. Non c’è unsolo monastero, chiesa, oratorio, chiostro, giardinetto, grotta o catacomba, villa chiusa o in  rovina, un parco,  che per me non sia coperto di ricordi, di episodi, fatti ivi accaduti. Ma venne poi il giorno in cui non ci fu più nulla che mi meravigliasse, mi incantasse, che andasse scoperto.... che mi invitasse all' avventura. Agli anni di furore sopraggiunsero gli anni  del buon senso.Tutto mi era oramai noto, tutto mi pareva di aver già visto,  già vissuto, già avuto e perduto, amato e odiato,  e passai la vita a ricominciare. Arrivò anche il tempo dell’esilio perpetuo, dei giorni vuoti, aridi, dell’anima morta lontano da Roma. Per tornare alla vita ci vuole grazia, l’oblio di sé e una patria.

Per la prima volta Jono è puntuale, è arrivato prima di me. Saluti e abbracci frettolosi, fugaci. Sali su, mi fa aprendomi la portiera della sua  sgangherata  Alfa Romeo, sì Alfa Romeo perché, per quanto lui si atteggi e si senta artista, nel suo dna c’è  un contagio di malavita, origini ancestrali, suo padre è  originario di Casal di Principe . Raggiungiamo l’acquedotto romano. Troviamo da parcheggiare davanti a un chiosco chiuso per la domenica. Un attimo dopo siamo già a passeggiare per un sentiero di terra battuta dentro un regno di rovine che si estendono a perdita d’occhio, miracolosamente ancora in piedi sotto il cielo incurvato

È vero, qui mai sono stato.  Ci sono passato davanti chissà quante volte, le rovine le vedevo anche dal treno e ogni volta mi dicevo, Ah un giorno  o l’altro devo venire  a vedere questi posti   non è successo mai, e oggi è accaduto. 

Siamo immersi e  attorniati da un mare di verde e sovrastati dal turchino di un cielo limpidissimo. Jono è contento di avere fatto colpo, mi vede eccitato. Accolti dall’alito odoroso e acre di siepi di gelsomino rincospermum in fiore,  passiamo tra piante e  roseti, ginestre e bungavillee fiorite su vecchi muri scrostati; ci salutano cespugli di capperi con i loro fiori delicati ed esotici quasi surreali, noto le care violaciocche delle poesie scolastiche anche queste in piena fioritura; una profusione di fiori selvatici, gialli e azzurri, si estende ovunque  come una onda prodigiosa immobile nell’ordine quasi stupefacente con cui il parco è tenuto. Basta guardarsi intorno, non c’è una carta in giro. Un grande silenzio regna nell’aria. Che meraviglia questa unione di ruderi e prati, archi e boscaglia, riprovo il piacere di stare nuovamente in mezzo alla natura.

La brezza pomeridiana fruscia tra le foglie degli alberi, molti sono di frutta: susini, fichi, ciliegi, giuggioli, nespoli, noccioli, e nuovamente nespoli. Riconosco le differenti qualità di erbe e fiori selvatici che splendono sui prati incolti con i loro sgargianti colori: violetto, giallo, rosso, ciclamino. Ritrovo i nomi. Li insegno a Jono che, ignorante come una capra, non conosce quasi nulla della campagna, sebbene discenda da una dinastia di umili contadini da parte della madre. Non sa distinguere un eucalipto da un sambuco, il giuggiolo dal melograno. Lui sa i nomi delle città, delle nazioni che ha visitato e i difetti  delle donne, soprattutto di quelle  che ha avuto e perduto, e i titoli dei mille film che ha visto e rivisto.  L’estate in arrivo è sotto i nostri occhi come il corpo di una bambina che si bagna nuda e innocente in riva al mare, al canto delle cicale.

Abbiamo  un sacco di cose da dirci, io e Jono, oggi. Per questo ci siamo incontrati. Lui è appena tornato dalla Grecia dove è rimasto tre settimane dalla  madre che vive lì. E racconta  di come ha girato su e giù, in lungo e in largo, per la penisola stritolata dalla crisi economica, crisi  che si nota solo nelle grandi città, ad Atene soprattutto. Aveva  mansioni di autista, segretario factotum per una cliente di sua madre, una donna ricca e intrigante, con un figlio tossicodipendente che andava sorvegliato nella terapia che la madre e uno psichiatra gli stavano somministrando; io da parte mia ho invece da offrirgli i miei sermoni retorici, le mie contumelie  moraliste, le disavventure psichiatriche mescolate a notizie boccaccesche su preti e Vaticano, con particolari comici o truci che sembrano inventati  di sana pianta, lì sul momento, per stupirlo e indignarlo, ed invece è tragica realtà, sono fatti che capitano anche troppo spesso oggigiorno e non fanno più notizia, oramai. Lui ascolta  attento, ride di gusto, fa la faccia schifata, cosa gli può importare di preti o cardinali pedofili o mascalzoni, di questo Papa umanista, lui che non sa manco farsi il segno della croce, fatica a credere a tutte quelle storie e storielle. Ma poi guarda su Google notizie e vede che è vero quanto dico, allora mi dà ragione, un  velo di tristezza stanzia nei suoi occhi. Lo amo.

So tutto, passa un brutto momento anche lui.  Ha da poco lasciato come un cretino, il peggior stolto, così io penso, il corso di recitazione che seguiva da un anno al centro sperimentale di cinematografia, una delle scuole più esclusive e prestigiose per chi vuole entrare nel mondo dello spettacolo con tutte le carte in regola, e questo dopo aver fatto di tutto per esservi ammesso; ha girato le spalle a una opportunità enorme, e per quale motivo? Le scuse che tira fuori non stanno in piedi. Fanno acqua da tutte le parti. Dice di essere stato sempre refrattario a ogni regola e imposizione, soprattutto se dettata dall’opportunismo, dall’ ipocrisia, dal potere indebito, come quello che esercitavano docenti e dirigenti  del centro, per esempio, alcuni dei quali ex mostri sacri del cinema italiano, mafiosi, privi di ogni vergogna, capaci solo di mettere in mostra se stessi, pronti ad umiliare, denigrare, abbassare chi ha del vero talento, mentre per i raccomandati, i leccaculo figli di papà tante moine e ammiccamenti, il tappeto rosso. Ma cosa credevi, che erano tutti lì pronti a mettersi in ginocchio e adorare la matricola Jono Morelli, aspirante attore, futura promessa del cinema italiano che un giorno diventerà famoso e richiesto come Gianmaria Volonté al quale tutti dicono che assomiglia nella recitazione?! Muove la testa e tace. 

Ha lasciato la scuola e ora, a 24 anni, Jono si trova  come me,  canna al vento, nave in mezzo ai flutti, senza  arte né parte, senza una qualche occupazione, un obiettivo, un punto di riferimento preciso  a parte la madre  che vive lontana  in attesa del fatale incontro con un improbabile regista straniero di gran prestigio del cinema indipendente pronto  a scritturarlo come coprotagonista in un film di successo;  parla l’inglese perfettamente, si fa le canne, le ore piccole, si sputa addosso conducendo la vita del naufrago, soldi di mamma e papà permettendo.

Forse riparto ancora, mi fa. Dove? Non lo sa. Forse in  Marocco con sua madre, o forse scende giù a Casal di  Principe da papà… Il padre ha una attività tanto chiacchierata quanto pericolosa.

Ha gli occhi  blu cobalto, Jono, porta gli occhiali da miope, è bello, intelligente, sensibile, molto vivace, ironico, affettuoso e soprattutto è molto casinista,  casinista e  incasinato su diversi fronti, perde un sacco di tempo a cercarsi rogne inutili e su questo ci riesce magnificamente. Le sue rogne hanno tutte nomi di donna.

“Lo sapevo che anche tu mi avresti detto questo… ”,    mi fa con  un sorriso largo e tenero, quando critico la sua decisione di aver lasciato il centro sperimentale di cinematografia.  Cambiamo discorso, vuoi?
“Mamma dice che puoi andare da lei in Grecia, quando vuoi, ti aspetta. Vuoi che la chiamiamo al cellulare?” Si accende una sigaretta e guarda lontano, nei suoi pensieri.

Altra fila di alberi, pioppi, olmi, noci, e ancora fichi, nespoli giapponesi con frutti quasi maturi. Ne raccogliamo qualcuno, sono acerbi. Una nuvola copre poi scopre il sole e dall’ombra emerge il giallo splendente di un albero di  arancio carico di frutti.

Siamo giunti ai piedi dello scheletro imponente dell’acquedotto romano,  gli ammassi di blocchi di tufo sgretolati  tra i rovi. Ho conosciuto sua madre, casualmente tre anni fa, a una trentina di chilometri da Atene. Vive da molti anni in una simpatica cittadina che si affaccia sul mare, fa uno strano lavoro in stretto contatto  con gli spiriti è le energie dell’ universo, in un centro di salute e benessere da lei fondato, quel benessere che difficilmente le persone come noi sanno darsi da sole. Mi era stato chiesto, da una comune  conoscente, di fare delle foto del centro per un sito in via di costruzione su internet. Mi portò da lei e fu così che ci siamo conosciuti e siamo diventati amici, subito, tutto d’un colpo. Certi individui  si riconoscono al volo, si attirano come calamite. Così è accaduto con Lucia, un’amicizia che ha incluso anche il figlio, Jono, per la passione che sempre ha avuto sin da bambino per il cinema,  il sogno di diventare attore.

Rasentiamo un povero torrentello con una cascatella da presepio, un piccolo arcobaleno le fa da aureola. Bimbi, mamme e papà, gente che fa jogging, anziani domenicali che passeggiano trascinando vecchi cani, stranieri extracomunitari che raccolgono frutta come noi, tirando sassi contro i rami. Laggiù una cricca di amici fanno picnic sotto una grande quercia. Ancora cani portati da falsi giovani, palestrati e supertatuati. Jono fotografa tutto.

Provo uno strano rintronamento: questa giornata piena di sole mi crea lo stordimento che si prova quando si guarda  troppo a lungo dentro un crepaccio senza fondo. E mi  torna il ricordo di una felicità passata e perduta. Che ci faccio ancora qui a Roma? Avrei dovuto già aver vangato l’orto, messo giù le zucchine, i pomodori, i fagioli rampicanti, seminato l’insalata ed invece sono rimasto impigliato nei reticolati della depressione più nera nella città meno terapeutica e consolante che possa esistere, ospite  di amici in una mansarda da anni chiusa e abbandonata che loro non usano, posta in una periferia da suicidio piena di poveri zingari disgraziati e disperati che frugano nei secchioni dell’immondizia; l’altro giorno mi sono scoperto di farlo anch’io, cercavo la frutta, ancora buona, che il fruttivendolo bengalese butta via la sera perché si nota qualche ammaccatura. Sono rimasto senza soldi, capita agli artisti, a me capita  un po’ troppo spesso.

Ora camminiamo rasenti gli archi che accompagnano la linea  ferroviaria. Il sentiero si snoda tra due dighe di altissimi cardi e malvoni in fiore, va  verso un punto più selvaggio e poco frequentato del parco. Passa ogni tanto qualcuno in bicicletta, incontriamo coppiette di innamorati in trance che cercano un angolo dove appartarsi e tornare sulla terra. In lontananza  il fischio di un treno.

Arriviamo sotto un cavalcavia dove passano due treni, uno dopo l’altro, in direzione opposta. Ci avviciniamo per fare delle foto a degli enormi  graffiti che ricoprono entrambe le pareti di cemento fino al limite possibile. Coloratissimi disegni psichedelici fantasiosi. A terra tra l’ immondizia scaricata lì intorno, una decina  di bombolette spray, abbandonate.
Ci sono luoghi che sono libri aperti, libri che hai già letto e riletto. Come questo cavalcavia, per esempio, sotto il quale passano i binari della ferrovia Roma-Napoli. Quante volte ho immaginato di pormi tra le rotaie di una sperduta ferrovia in mezzo alla campagna e lì, a muso duro, in piedi, le braccia aperte e gli occhi chiusi, attendere un treno che arriva. Prima, essere vivo e intero in questa passione di vita oramai vissuta diventata  fatica  e rimpianto, e un attimo dopo essere un ammasso di carne sanguinolenta, un corpo straziato da raccogliere coi guanti lungo la scarpata, sopra i sicomori, tra ortiche e papaveri rossi. Dopo aver avuto un volto, uno sguardo, un corpo, un  mondo, diventare letame, vermi,  gas,  essere più nulla, più nessuno, una tomba, un ricordo per gli altri e niente più.

Si vive con tanti sogni, incontri mondi e uomini, cambi vestiti, cambi idee, cambi amori, con qualche amico non parli più e così con dei fratelli, delle sorelle, con i  nipoti, persino con un figlio, il figlio prediletto… e  una volta che tutto è finito non apparterrai più a nessuno.

Che fantasie strane assurde ci vengono in mente  a volte!

Una ferità si è aperta, era già aperta, a dir il vero  ora però si è fatta dolore lancinante, insopportabile, perché è diventata  una voragine. Prima c’era troppa giovinezza per darle attenzione, si confondeva con altri malesseri, rabbie giovanili, delusioni.  Si vive come in sogno. Ambienti e uomini incontrati a caso ci hanno sedotto con il loro carisma e incantesimi e ci hanno trasformato in qualcosa che ci è estranea, non ci appartiene, non sentiamo nostra. Ci vogliono anni, una vita intera, per liberarsi del tutto da una contaminazione, da abitudini di vita che non sono nostre, non appartengono al nostro retaggio, alla nostra cultura; a volte non esiste rimedio, non basta la buona volontà, la psicanalisi, la vita da eremita, i lunghi pellegrinaggi. Non servono due, tre, cento Cammini di Santiago per salvarsi, liberarsi, guarire. Lottare a oltranza stanca, sfianca, scoraggia, eppure a un certo momento ecco abbiamo raggiunto una certa famigliarità con il bel viso del mondo, viviamo a faccia a faccia  con le sue meraviglie, ci siamo innamorati della vita, dei suoi incanti: le sue brutture, i bassi colpi, i fallimenti passano in secondo piano, siamo riusciti  per tanto tempo a non farci caso, abbiamo trovato un’anima accogliente, abbiamo unito le solitudini, fatto un patto, avuto dei figli; ora però tutto è finito, il patto è rotto. Ultimamente, chissà come, abbiamo fatto un passo di lato e vediamo noi e il mondo da una altra angolazione, dal di fuori e non sopportiamo più questo vivere, vorremmo tirare una linea rossa su tutto, chiudere il sipario, uscire di scena per sempre. Non so voi, ma davanti alle rovine di questa antica civiltà, nobile, grande civiltà che ha creato tra le tante opere l’acquedotto laggiù e altre opere che ancora ne testimoniano la grandezza, il Pantheon, il Colosseo, il Foro Romano  civiltà ridotta ora a quello che sappiamo, solo rovine, viali e musei per stranieri, patetici figuri vestiti da antichi legionari romani in posa per i turisti, extracomunitari che vendono paccottiglia di fabbricazione cinese come le gondole di plastica a Venezia, una  civiltà sostituita da quell’altra che abbiamo ora, dozzinale, cialtrona, litigiosa e che sopportiamo ogni giorno con sempre più orrore  ebbene, davanti alla bellezza di un posto simile ho sentito per un attimo d’essere  arrivato alla fine del mio viaggio, di questo continuo rimuginio con me stesso, queste catene che porto da una vita, dentro un rinchiuso perimetro dove come una gallina stupida mi aggiro senza vedere l’uscita e mi  viene da pensare che, per recuperare l’antica innocenza e la verità tradita, dovrei salire lì sui binari ed aspettare il treno che già si sente arrivare  in lontananza, l’ultimo treno della mia vita. E morire.

Ma della morte, come di Dio e dell’aldilà, che ne sappiamo, noi? Si può avere solo l’esperienza della morte altrui, mai della propria. In Bosnia mi sono trovato diverse volte di fronte a gente ferita gravemente che stava per morire, soprattutto giovani soldati feriti a morte in combattimento che, pur nello stato di shock in cui si trovavano, erano consci di star per morire, per perdere coscienza: ognuno reagiva in maniera diversa   panico, terrore, rassegnazione, persino ironia o sfida ho visto balenare nei loro occhi meravigliosamente belli. Nelle loro invocazioni qualcuno imprecava, altri chiamavano la mamma, chi chiedeva acqua, chi  solo aiuto. Gli si diceva teneramente, su, su, non è niente di grave, ora ti portiamo all’ospedale dove ti opereranno e ti salverai. Qualcuno ci credeva, altri notando le proprie viscere uscire dai pantaloni squarciati dalle schegge, scuotevano la testa, sorridevano tristemente. Poco prima avevano la vita tra le mani, e ora erano corpi straziati, che si spegnevano lentamente, dissanguati.

Un canto di usignolo. Jono fotografa i disegni e canticchia, io sui binari che mi scavo la fossa, Lui mi cerca con gli occhi, mi vede. “Ma che cazzo fai, tirati via di lì che sta arrivando un treno, pazzo!” Urla.

Faccio un salto giusto in tempo, il macchinista mi insulta con un lungo fischio, il treno entra in galleria e scompare.

Jono vorrebbe diventare attore del cinema, io che la vita di attore l’ho abbandonata da anni, vorrei continuare a fare lo scrittore e pubblicare un secondo libro, o almeno vedere qualche risultato, un piccolo traguardo che so bene di meritare; il successo non mi interessa, quello si  raggiunge solo se ci si abbandona anima e corpo dentro un percorso a senso unico, senza guardare né a destra, né a sinistra, nella solitudine più totale, in estrema povertà, nella completa incomprensione, sacrificando le gioie terrene, mettendo in gioco tutto e per tutto, lottando con una tenacia, un’ostinazione maniacale che rasenta l’ossessione, la follia, qualità che mediocre come sono, io non ho. Per raggiungere tale obbiettivo da vivi, uno deve fare uno sforzo titanico che spesso non paga. No, non è un vivere facile, non arriva sempre per tutti il riconoscimento finale del proprio talento in vita, del proprio merito, peggio se giunge come fu per me per il cinema con un  colpo di fortuna. Nessuno in verità, almeno nell’ambiente, te lo perdona. Per la soddisfazione che si prova davanti al libro finito, stampato ed esposto in vetrina in bella vista nella libreria sotto casa, per la pagina ben riuscita, che equivale per Jono a un film giunto finalista a un festival internazionale, film dove lui avrebbe un ruolo di riguardo, ebbene per l’uno e l’altro queste gioie basterebbero a soddisfare pienamente e ripagare le fatiche ed i sacrifici che si sono fatti, ma se ciò non succede? Si paga duramente questa scommessa perduta. Si diventa degli amareggiati, dei risentiti; il mondo è già pieno di gente così, la maggioranza oggi lo è. Meglio mettersi da parte, e questo io l’ho fatto già.

Ignoriamo, lasciamo da parte i complimenti, gli incoraggiamenti, mossi più da un sentimento solidale di compassione piuttosto che dalla capacità, dal discernimento di chi capisce e sa valutare il valore di uno scritto, da parte di generosi amici, conoscenti che leggono i tuoi tentativi di scrittura, seguono le tue larve striscianti di racconti sgangherati, o vengono a vederti nei teatrini, ex cantine o magazzini trasformati in spazi di cultura, mentre reciti o leggi monologhi incerti e aggiustati alla buona  e ti sostengono, ti applaudono per amicizia e simpatia,  invero per i tanti rifiuti da parte degli editori o registi, gli insuccessi, i tentativi caduti nel vuoto di essere considerato, di venire letto, pubblicato, si arriva per forza a credere al fallimento come logica conseguenza del poco talento che si ha, e non tanto per la mancanza di buone conoscenze, di qualche utile spinta, di indovinati espedienti ed astuzie, e probabilmente questo sarà per colpa della poca o insufficiente cultura e mestiere che uno ha,  come nel mio caso, pur con  un firmamento di storie ed esperienze di vita vissuta, invidiabili, sconosciute agli stessi illustri accademici premio Strega. Ognuno ha un appuntamento con se stesso, ma se lo manca?

Le solitudini riuniscono ciò che il destino separa, ecco perché  io e Jono ci intendiamo, ci cerchiamo, abbiamo cose da dirci. Ma se fosse in gioco solo la nostra vanità? La mia e la sua vanità, il nostro narcisismo? Voler essere ammirati, applauditi, essere conosciuti, avere successo, ottenere complimenti, approvazioni giusto per compensare abbandoni, torti e tradimenti subiti nell’infanzia? Un risarcimento al bisogno vitale quanto elementare dell’amore che ci era dovuto e ci è stato negato o tolto?  Un balsamo contro un dolore diventato angoscia quotidiana, che riconosciamo ogni mattino al risveglio e che si attenua con il fare, fare mille cose, e mai si spegne del tutto?

Giunti chissà da dove, spuntano all’improvviso due ragazzi con degli zainetti e bombolette spray in mano. Biondi, troppo biondi per essere romani, e anche belli  ed eleganti nella omologazione di ragazzi che seguono la moda dei graffitari.

Ci salutiamo come vecchie conoscenze. Andrea e Sauro, 16 e 17 anni, entrambi  studenti del liceo artistico che sorge nel quartiere qui vicino. Questo sotto-cavalcavia, ci spiegano infervorandosi contenti della nostra curiosità, queste pareti di cemento sono lo spazio, laboratorio e galleria espositiva dei murales dipinti da loro due, più un paio di altri compagni dello stesso liceo, spazio e dominio loro esclusivo, e ci mostrano le firme, i logos, le rispettive opere e gli sfregi ricevuti come insulti, sovrapposizioni  eseguite di recente, per deturparli,  da tipi  invidiosi, venuti certamente da gruppi o centri sociali contrapposti e rivali al loro. Dicono questo e  vista la nostra incondizionata ammirazione, quella di Jono, soprattutto, propongono di fumare assieme  una canna di erba coltivata in casa fai da te. Non c’è nessuno in giro oltre noi. Sopra il cavalcavia la strada è  trafficata, si sentono le macchine sfrecciare. Guardo il più giovane, Andrea, e mi sento a disagio, come spiegare? Mi sento goffo e stupido davanti a tanta bellezza e semplicità. Studia, vive con la madre, ha una sorella, un motorino, un cane, legge fumetti e qualche  scrittore premio Nobel, altro non racconta di sé; l’amico, Sauro, di Nettuno, compagno di istituto,  un anno più grande, dorme da lui durante la settimana, non ha passioni particolari oltre al mare, la tavoletta surf e i graffiti, appunto. Al contrario di Andrea, coi capelli corti che mettono in risalto i suoi begli occhi celesti, lui i capelli li ha lunghi legati dietro, alla moda dei rasta, il sorriso è molle, gli occhi senza sguardo come un Apollo dorico. Mi concentro su Andrea, guardo le sue mani mentre rollano con maestria la canna;  la sua bocca di baci si accosta ora al cilindro, passa la lingua sulla cartina, ripassa la canna sulle dita affusolate per compattarla ed è pronta. I suoi occhi ridenti mi danno nuovamente  il benvenuto,  mentre,  accesa, me l’offre con un gesto elegante, gesto simile a un passo di danza. Mi sento male. Senza denaro, senza ardore, non ho manco una copia del mio libro qui con me da regalargli, se volessi. Vecchio già,  ridotto a piangermi addosso, depresso e fiacco, con una perpetua voglia di amare e morire, l’angoscia che mi dà il buongiorno al mattino,  come faccio a sperare  ancora nell’amicizia, nell’affetto di un ragazzo bello e gentile, intelligente, come questo, per esempio? Potrebbe aiutarmi, farmi sognare ancora?  

Fumo. Aspiro boccate ingorde come bevessi cicuta, e altre ancora aspiro finchè la tosse mi fa strabuzzare gli occhi e mi metto a ridere per l’imbarazzo... una vita che non fumo marjuana. Ridono anche gli altri. Jano mi batte una mano sulla schiena come si fa con i bambini a cui è andato per traverso il latte.  Passo la canna nelle mani di Sauro e mi giro a sputare. Mi guardo intorno. Una luce di rame scende miracolosamente dal cielo e trasfigura ogni cosa, i graffiti sono diventati smalti, porcellana dai colori sgargianti, elettrici, verde e blu, giallo e oro. Dalla chiesa accanto arriva un suono di campane, uno stormo di colombi si alza in volo e vi  piroetta intorno. Seguo e odo tutto con assoluta lucidità e consapevolezza, mi  prende una sorta di commozione. All’estremo della città, nella dolcezza dell’ora, con il sole che tramonta, il volo di colombi, il canto dell’usignolo tra i sambuchi, sotto un cavalcavia affrescato di mostri, teschi e slogan, in questa grande mancanza di futuro che tutti viviamo e i giovani più di tutti, il sorriso di un ragazzo sconosciuto, il suo braccio che si appoggia tenero e puerile con naturalezza sulla mia spalla diventa il  più soave e gradito gesto della pietas, l’immagine stessa della solidarietà tra naufraghi, gesto casuale, forse. Non ho parole. No, forse non sono ancora arrivato ai confini della follia senza speranza. Mi dico, piangendo. Jono ha notato, mi interroga silenziosamente con gli occhi belli e miopi, li socchiude come ad annuire. Sì, sì, dobbiamo continuare a vivere a denti stretti, il più a lungo possibile, amico.... Forse vuole dire. Sì, è tutto vero. Guardo il treno che passa veloce e scivola via. La fantasia di prima. Mi vedo sobbalzato contro un pilone, sfracellato, fatto a pezzi.

Vivere dobbiamo, mi ripeto.  Che t’importa di rivivere nell’anima, senza occhi e rivedere mai più ragazzi come Andrea, Sauro o Jono, senza mani per accarezzare un cane, cogliere un fiore, un frutto, arruffare la testa di un bambino o un asino, senza la bocca per baciare un figlio, un amico, un amante, senza pelle, e non sentire più il vento della sera che ti sferza mentre cammini tra le strette gole delle Asturie, uno zaino in spalla, il bastone da pellegrino nella mano?

Se è vero che i soli paradisi sono quelli perduti, io che sono un collezionista di perdite, so come chiamare la cosa tenera e inumana che da ieri sera mi s’è conficcata qui nel cuore.  Una grazia senza prezzo, avuta in dono da Andrea, lui non lo sa, ma chiedeteglielo se lo incontrate una sera sotto quel cavalcavia, cosa ci siamo detti nel salutarci mezz’ora dopo.

Ora non penso più a nulla. Jono è scomparso, si rifarà vivo alla prossima scornata. Sono a casa, nella mansarda di Gianmichele e Carlotta, casa che apparteneva a uno zio morto due anni fa di cancro. Fuori, la luce dorata del tramonto, i rumori della strada, nel cielo calmo della sera, i rondoni e i gabbiani con le loro strida, qui dentro silenzio e solitudine, buio. Quel che conta è tenere duro, no?

Il mondo termina qui. Non c’è amor di vivere senza disperazione di vivere,  dice Camus nel libro che Andrea mi ha imprestato con la promessa di rivederci presto, “si ha voglia di amare come si ha voglia di morire”.


© Bruno Zanin (2015)



N.B.
:
Il libro di formazione di Zanin, Nessuno dovrà saperlo (Pironti, 2006/Rist. 2015),  è disponibile per l'acquisto presso l'autore su Facebook a: Bruno Zanin o richiedendolo per email a brunozanin(a)msn.com 








Per leggere un'introduzione di Raffaele La Capria al libro La casa del vento di Bruno Zanin, clicca qui.





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  • AMARCORD di Fellini (1973), su YouTube. Zanin ha la sua prima esperienza di attore, nella parte di Titta.


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