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Wednesday, 29 November 2017

TOTÒ È SEMPRE TOTÒ

TOTÒ È SEMPRE TOTÒ
Amo Totò, l'ho sempre amato, sin da piccolo: le risate che mi ha fatto fare lui, nussun altro c'è riuscito. Risate a crepapelle, risate ironiche, risate sotto i baffi, risate scoppiettanti, risate a singhiozzo, risate ghignanti, risate diaboliche, risate lacrimanti, insomma risate in tutti i modi, perfino risate tristi. Ho la collezione completa di tutti i suoi film (e sono tanti) e, quando ho voglia di rilassarmi e voglio dimenticare per un po' i problemi della vita, me ne rivedo uno e godo...
        Ecco un bell'articolo di Francesca Divella, pubblicato in luglio 2017 su

https://www.cinefiliaritrovata.it/

in occasione della proiezione di I DUE MARESCIALLI alla Cineteca di Bologna:


Fisica e naturale: la comicità di Totò
di Francesca Divella

La recitazione di Totò era molto spontanea, l'improvvisazione vi aveva una grande parte. Per dare il meglio, Totò aveva bisogno di un compagno con cui l'accordo fosse immediato, e che spesso lo seguiva di film in film. Nei Due marescialli per esempio, Totò recitava per la seconda volta con Vittorio De Sica. Al suo fianco quasi si esaltava, dimostrava il classico piacere del comico che sa di recitare capito e lo fa in modo eccezionale. Le sue doti naturali di improvvisazione, le sue straordinarie doti di comico, venivano messe in enorme risalto. Credo che questo avvenisse, in quel film, principalmente per la presenza di un partner molto importante. Totò diceva sempre: "Io posso far ridere, ma se ho vicino a me uno che fa ridere più di me, anch'io faccio ridere di più". Con De Sica ritrovava una verve nuova, e il senso di divertire un artista che oltre che essere un vecchio collega, un compagno napoletano, era nello stesso tempo un grande regista. Da parte sua c'era un certo gusto a far risaltare la sua bravura, una certa eccitazione nel recitare, far ridere, tirar fuori tutti i suoi lazzi e le sue fantastiche trovate, che rendevano difficile perfino al regista assistere alla scena senza ridere. (Sergio Corbucci)

Toto' ne I DUE MARESCIALLI
Riparliamo ora di Totò in occasione della detta proiezione di I due marescialli ...
“Macchè artista: venditore di chiacchiere. Un falegname vale più di noi artisti: almeno fabbrica un tavolino che rimane nei secoli. Ma noi, dica, che facciamo? Quanto duriamo? Al massimo se abbiamo successo, una generazione. Se chiedo al mio nipotino chi era Petrolini, chi era Zacconi, risponde boh! Lo scritto rimane, il quadro rimane, il lavandino rimane: ma di ciò che facciamo noi non rimane un bel nulla.” (tratto da Antonio De Curtis “Totò si nasce” a cura di Marco  Giusti, Mondadori, 2000). Partiamo da un’affermazione inconfutabile: Totò fu un fenomeno di cinema popolare, e come tale ha sempre riscosso un gran successo al botteghino, collezionando numeri e quantità in termini di pubblico di spettatori appassionati, da fare invidia a chiunque.
Nato e cresciuto in un tempo e tra generazioni per cui il cinema non era ancora considerato una forma d’arte necessariamente aulica, bensì una forma di intrattenimento, un passatempo da fiera o da baracconi, per comprendere la sua comicità, bisognerebbe prima di tutto ricontestualizzarla nel suo tempo. E dopo aver tirato una linea di demarcazione tra il suo tempo e il nostro, notando le differenze e le somiglianze tra le due epoche, potremo comprendere quali sono le ragioni per cui ancora oggi ci fa così gustosamente ridere Totò.
Oppure potremmo appellarci a una caterva di teorie generali del comico da quelle bergsoniane (il riso ha una sua precisa utilità sociale) a quelle pirandelliane (umorismo come forma di percezione della realtà, il senso del contrario), ma una cosa resterebbe sempre invariata, il riso che provoca Totò è un riso fragoroso e dilagante, un riso collettivo, come quello generato simultaneamente nella platea di spettatori a teatro o nelle troupe che assistevano ai suoi film.
La comicità di Totò è fisica e naturale, è come una musica, basata sul tempo: nasce da gesti, movimenti, suoni che inducono il sorriso, capitomboli, starnuti, balbettii, smorfie, occhi strabuzzati, strisciate di piedi e tutto ciò che conduce all’idea della maschera sovrapposta al corpo vivente dell’attore. La risata scaturisce dal fatto che la materialità del gesto o del suono si svincola dal senso che dovrebbe animarlo. E’ come se Totò solleticasse di continuo il carattere equivoco del comico, il piacere del ridere non è mai del tutto disinteressato ad esso si mescola, indicibilmente, l’intenzione di umiliare e quindi di correggere qualcosa che non funziona, il riso è la risposta ad una imperfezione, sottolinea la comparsa di qualcosa di inammissibile. E spesso è come se le sue battute ci facessero la morale:  “Era un uomo così antipatico che dopo la sua morte i parenti chiedevano il bis”,“Non dividerei mai una donna con un altro uomo, in amore non mi piacciono i condomini”.
il Pinocchio di "Totò a colori"
il Pinocchio di "Totò a colori"
La comicità di Totò nasce a volte dalla ripetizione, ma non da una ripetizione pura e semplice, bensì dalla ripetizione di ciò che non dovrebbe ripetersi: un uomo che simula la ripetitività della macchina, proprio come il Chaplin di Tempi Moderni, ecco il Totò di Totò cerca casa nella scena dei timbri: l’impiegato che comincia a timbrare freneticamente tutto ciò che gli capita sottomano con una smorfia diabolica sul viso, fino alla imprevedibile “caduta nella follia”, che lo porta a timbrare inconsapevolmente il deretano del sindaco di bianco vestito. Più spesso la comicità di Totò affonda in gran parte nella pantomima, ossia nel parossismo quasi surreale, di scene in cui la parola diventa superflua e Lui si esprime solo visivamente, come la scena degli spaghetti in Miseria e Nobiltà, il Pinocchio di Totò a colori o la scena esilarante della gallina che fa l’uovo in Totò cerca casa.
Eppure sulla questione di ciò che fa o non fa ridere pesano sempre indubbiamente le esperienze del soggetto e quello che ognuno di noi trova per proprio conto ridicolo. E’ per questo che il comico è un fatto che ha sicuramente tre aspetti: uno sociale, uno psicologico e soggettivo e l’ultimo di linguaggio. Ebbene la grandezza di Totò stava probabilmente nella sua capacità unica di coinvolgere contemporaneamente questi tre aspetti.
L’aspetto sociale era alla base del suo personaggio, Totò aveva conosciuto la miseria, e la fame. E, come lui stesso affermò più volte “Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere se non si conoscono bene il dolore e la fame, il freddo, l’amore senza speranza, la disperazione della solitudine di certe squallide camerette ammobiliate alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia; e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffellatte, la prepotenza esosa degli impresari, la cattiveria del pubblico senza educazione. Insomma, non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita”.
L’aspetto psicologico e soggettivo, invece, Totò lo chiama in causa ogni volta che mette in scena la sua (fiera) origine partenopea, un vizio condiviso (l’impiegato fannullone, l’imbroglione, il truffaldino, l’infedele), l’amore per il cibo o per le donne, la paura della morte, prestandosi in tal modo alla rappresentazione di un italiano tipico (pusillanime per lo più) che viene al contempo criticato e perciò stesso quasi assolto dai suoi peccati di bassa umanità (fame, paura, appetito sessuale): Sono un uomo della foresta, nel mangiare mi contento di poco. A me mi bastano due banane, qualche nocciolina, un’aragosta, ma piccola, un pollo lesso, un pollo alla cacciatora con qualche animella e tartufi. Dolce, vino, formaggio e caffè. Mi creda, caro Micozzi, io sono vegetariano”. (Tototarzan); “Cara, di cognome ti chiami Ranocchia? Vieni, andiamo a fare un girino” (Tototarzan) ; “Oh io nella vita ho fornicato sempre. Mi chiamavano il fornichiero.” (Totò all’inferno).
Infine, non da ultimo, Totò costruisce le sue battute giocando consapevolmente con la lingua italiana, che nelle sue collaterali attività di poeta/paroliere/compositore ha dato prova di conoscere a menadito, facendoci ridere mentre si beffa della nostra ignoranza, invertendo parole e significati, utilizzando equivoci e giochi di parole: “Parlo solo la lingua madre perché mio padre morì quando ero bambino; Sono finito sul banco degli amputati; Signora, i suoi modi sono interurbani; Io c’ho le coliche apatiche; Ho fatto una gaffe, una grossa gaffe….ho fatto un gaffone; Io c’ho l’occhio policlinico…..nulla mi sfugge”.
La lingua italiana sarà al tempo stesso matrice della sua comicità e suo limite: perchè proprio a causa del suo essere così legato alla lingua d’espressione Totò purtroppo non valicò mai le frontiere d’oltremare, ma esistette solo entro i confini del nostro Paese. Non ebbe la possibilità di imporsi anche all’estero, perchè non era facile esportare e soprattutto doppiare i suoi film. Totò raccontava ad Age di aver visto a Marsiglia Totò sceicco in francese e di come la celebre battuta “Guarda Omàr quant’è bello” tradotta in francese non facesse ridere per niente. Resta tutt’oggi questo grande rimpianto, che il genio di un così grande uomo sia rimasto all’estero quasi sconosciuto a causa di una supposta intraducibilità della sua comicità. A tal proposito Age lanciò un invito anni orsono, a provarci, a trovare la chiave di volta per esportare Totò anche al di fuori dell’Italia. Probabilmente questo invito andrebbe accolto, anche solo per la constatazione che, se Totò è capace di far ridere così tanto noi che lo conosciamo bene, chissà quante risate potrebbe regalare a chi lo scoprisse per la prima volta.
Totò e Peppino De Filippo nel film LA BANDA DEGLI ONESTI