AN ANTHOLOGY OF THOUGHT & EMOTION... Un'antologia di pensieri & emozioni

Monday, 26 June 2017

Saturday, 24 June 2017

TRE UOMINI E UNA RISATA

L'ho letto e l'ho gustato: mi è piaciuto e illuminato.
La storia (vera) di tre comici che amo e che mi fanno (veramente) ridere... Aldo, Giovanni e Giacomo sono persone molto semplici e umanamente straordinarie. Credo che fra cinquant'anni saranno come Totò e Peppino mentre scrivono la lettera in Malafemmina: immortali. La loro comicità mi riporta all'adolescenza, quando ridevo con Stanlio e Ollio: hanno la loro leggerezza comica, dichiaratamente ereditata dal grande duo.
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👉 Dal risvolto del libro:

«A trent’anni passati da un pezzo eravamo ancora tre mal trà insèma, come si dice a Milano: tra bambinoni che non si rassegnavano all’idea di mettere la testa a posto e tenersi stretto l’impiego sicuro…»

C’è stato un tempo in cui Aldo faceva l’operaio alla Stipel, Giovanni l’acrobata e Giacomo l’infermiere all’ospedale di Legnano. Tutti e tre, però, avevano un sogno: recitare. Così, nei ritagli di tempo facevano i mimi acrobati alla Scala, gli animatori nei villaggi turistici o i doppiatori nei cartoni animati. Poi, i primi spettacoli di cabaret in piccoli locali del Milanese e del Varesotto, provando gli sketch nel box di un amico riscaldato da una stufetta. Giravano con la Opel vinaccia di Aldo che andava solo in seconda e capitava davvero di arrivare nel posto sbagliato il giorno sbagliato, come nella gag della Subaru a Pizzo Calabro. C’è stato anche un tempo in cui hanno pensato che forse era meglio lasciar perdere, e ritornare al vecchio, comodo posto fisso. Ma non si sono arresi.

Nel loro venticinquesimo anniversario, in questo libro per la prima volta Aldo Giovanni e Giacomo raccontano, anche con molte straordinarie immagini inedite, il backstage della loro vita: come si sono conosciuti, quando e dove hanno deciso di mettersi insieme, gli anni difficili ma al tempo stesso felici di una giovinezza in cui sono riusciti sempre e comunque a restare se stessi. Qui si narra di quando non venivano pagati in locali improbabili da gestori altrettanto improbabili («Ma lü el fa rid? Perché sel fa minga rid mi paghi no», dissero una volta a Giacomo) e di quando la ruota girò, con il successo in televisione con Mai dire gol, a teatro con I Corti e al cinema con Tre uomini e una gamba, un film in cui non credeva nessuno, girato con quattro soldi, ma destinato a sbancare al botteghino.

Mai, prima d’ora, Aldo Giovanni e Giacomo avevano raccontato il loro «privato». E il lettore si sorprenderà nel vedere, in questa specie di album di famiglia, che molti degli sketch più famosi del trio sono ispirati a fatti veri, qui ricordati con tenerezza e a volte con un po’ di nostalgia: quando Aldo si spacciava per Brambilla Fumagalli per conquistare la figlia di un lumbard, quando Giovanni fece morir dal ridere un importante uomo politico parlando in sardo, quando Giacomo entrò in un ospedale per una colica renale e si mise a litigare con i medici.

È la storia, anche, di un’amicizia. Tre amici che sono rimasti persone semplici, così tanto somiglianti a quei tre matti che vediamo sul palcoscenico.
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👉 Stralcio dell'ultimo capitolo (15):

GALLERIA D'ARTE
ovvero come siamo oggi: tre persone contente, che devono tutto a voi che ci avete voluto bene
Eccoci qua, insomma, oggi. Cerchiamo di raccontarvi come siamo nella nostra vita fuori dal palcoscenico. Tre persone normali, ciascuno con la propria famiglia e i pensieri di tutti, ciascuno con le proprie passioni e le proprie fisse. Giovanni è intrippato con la corsa, Aldo dipinge, Giacomino scrive perché lui è l'intellettuale del gruppo. Un po' come lo vedete nello sketch della Galleria d'arte.[vedi video]
Quello sketch lì, che a teatro abbiamo messo in scena per la prima volta ad Anplagghed nel 2006, nasce di fatto in casa di Giacomo, tanti e tanti anni fa. Lui viveva da solo e tra le tante stranezze s'era comprato un quadro astratto, di quelli che non si capisce bene se l'ha realizzato un grande artista o nostro figlio all'asilo. Una sera Aldo e Giovanni vanno a trovarlo, vedono quel quadro, si scambiano, un'occhiata e lì comincia la gag. Aldo lo guarda e commenta: "Minchia, che capolavoro", Giovanni dice a Giacomo: "Guarda che hai sbagliato a metterlo, così è all'incontrario". Molti, assistendo al nostro sketch della Galleria d'arte, hanno pensato che ci fossimo ispirati alla scena tratta da Le vacanze intelligenti, quando la moglie obesa di Alberto Sordi si siede su una seggiola alla Biennale di Venezia perché è stanca morta e i visitatori la scambiano per un'opera d'arte. Ma giuriamo che noi quel film non l'avevamo visto, il nostro sketch è figlio di uno sfottò a Giacomino che dura da una vita! È figlio anche di una constatazione a cui pochi hanno il coraggio di dar voce in pubblico perché si rischia di far la figura degli ignoranti, ma che quasi tutti condividono: e cioè che l'arte moderna è anche qualcosa di misterioso in cui spesso non è facile distinguere fra genialità e banalità. Oseremmo dire anche fra genialità e presa per il culo. Come proprio quest'anno – mentre noi eravamo in tournée a portare in giro anche lo sketch della Galleria d'arte  ha dimostrato TJ Khayatan, un ragazzo di diciassette anni che al Museo d'Arte Moderna di San Francisco ha appoggiato sul pavimento i suoi occhiali da vista. Era uno scherzo, eppure i visitatori hanno scambiato quegli occhiali per un pezzo dell'esposizione e si sono messi in coda per ammirare la straordinaria opera d'arte... Un po' come il nostro estintore Meteor.
Giovanni, che corre, sa che c'è una maratona che si fa d'estate, la Monza-Resegone, che ha una particolarità: è a squadre. Nel senso che si corre in tre. Bisogna parire in tre e arrivare in tre: se uno abbandona, tutta la squadra deve abbandonare. E al traguardo il tempo viene preso sull'ultimo del terzetto. Per certi versi è un vantaggio. Perché correre in tre vuol dire non essere da soli. Vuol dire sostenersi. Vuol dire che, quando uno resta indietro, gli altri lo aspettano e fanno di tutto per spingerlo a ripartire.
È stato importante, per noi, essere in tre. È stato importante in tanti e tanti spettacoli che abbiamo fatto. Non si è mai tutti in forma allo stesso modo. Alla fine di ogni esibizione, in  camerino, ciascuno di noi pensa che uno degli altri tre era in gran forma e un altro un po' giù. Poi ciascuno di noi pensa anche di essere stato comunque il migliore della serata, ma questo è un altro discorso. Quello che è certo è che sul set e sul palcoscenico ci si porta dietro anche la cosiddetta vita privata, una preoccupazione o una gioia, una litigata o il ricordo di una giornata serena. E tutto questo ti condiziona, nel bene e nel male. Essere in tre vuol dire che a ogni spettacolo scatta naturalmente un gioco di squadra per cui i due che stanno meglio "tirano" quello in difficoltà, come nel ciclismo durante le tappe in montagna.
Ma essere in tre non ci ha aiutato solo durante i singoli spettacoli. Ci ha aiutato anche a tenere botta per un quarto di secolo come trio. Ognuno di noi ha attraversato momenti di stanca, perché essere personaggi pubblici non è sempre facile. Però, se  uno era giù, gli altri due lo tiravano su, e così non abbiamo mai pensato di separarci. È come se non fosse possibile non essere più un trio.
Una volta, quando eravamo più giovani, vivevamo praticamente insieme. Pranzi, cene, partite di calcio e di basket, vacanze... Adesso che i figli di Giovanni e Aldo sono più grandi, e il figlio di Giacomo invece è molto più piccolo di loro, ci siamo un po' allontanati, nel senso che ciascuno ha una sua famiglia e una sua vita che procedono autonomamente. Noi tre ci vediamo per lavoro, nell'ufficio di Paolo Guerra, almeno due volte la settimana, o tutti i giorni quando stiamo girando un film. Ma con le famiglie ci frequentiamo di meno. Anche se i nostri fan pensano che siamo sempre insieme, che siamo un trio anche nella vita privata. Una volta a Varigotti, in spiaggia, un tizio ha visto Daniela [moglie di Giacomo] e ha detto a un amico: "Guarda, quella è la moglie di Aldo, Giovanni e Giacomo!" Uè, calma, ragazzi: va be' che oggi l'idea di famiglia è cambiata, ma calma.
Siamo tre persone che, con il passare del tempo, si sono anche differenziate per interessi e idee, su tante cose. Però la gavetta insieme ci ha legati tantissimo, e per sempre. Siamo come tre fratelli, ma più liberi. E abbiamo conservato una filosofia da casa e bottega. Molte volte i familiari ci aiutano negli spettacoli, i figli ci seguono... Ogni tanto portiamo Emanuele, il piccolo di Giacomo, con i suoi amichetti a vederci e sono tutti felicissimi, i bambini sanno le nostre battute a memoria.
Quando Giacomo ha compiuto sessant'anni, Daniela gli ha regalato un filmato amatoriale con i bambini che recitano le nostre scenette. Quando lo abbiamo visto abbiamo riso come dei matti. Non avremmo certo pensato, venticinque anni fa, di lasciare un segno così profondo, di piacere tanto anche ai più giovani. Forse è perché siamo rimasti come loro, ridiamo delle piccole cose come ridono loro, che si divertono con poco. E hanno risate così contagiose: vedi un bambino che ride e ridi pure tu, non sai perché, ma ti viene da ridere. È una festa. "Non uccidete mai il bambino che è in voi" diceva il grande Jacques Tati, attore, regista, mimo e comico francese. 
A volte sentiamo un po' la fatica, questo sì.A Giacomo, dopo gli spettacoli, spesso va via la voce e la mattina seguente deve fare i suffumigi. Lui è un milanese di quelli tosti, puntuale, preciso, ordinato e metodico come Sugar dei Busto Garolfo Cops [vedi video]: si alza presto, legge i giornali, porta Emanuele a scuola. Anche Giovanni si alza presto; quand'era più giovane, dopo gli spettacoli dormiva di più, anche fino a mezzogiorno, ma adesso il sonno dura meno, sarà perché invecchiamo. Aldo invece sta sul divano come ci stava una volta, e sua figlia dice: "Ah, se i suoi ammiratori vedessero come sta in casa...".
La verità è che gli anni passano e fare gli attori, ripetere per quaranta serate gli stessi sketch come è successo nella tournée del venticinquesimo, è bello ma anche pesante. A teatro ci portiamo il massaggiatore, perché le contrazioni muscolari sono tremende. Sul palcoscenico spesso facciamo cose molto fisiche, soprattutto Aldo e Giovanni che hanno una formazione da acrobati, e quindi dobbiamo avere cura anche dei muscoli perché non abbiamo più vent'anni, e neanche trenta. Ahinoi, neanche quaranta. A Giacomino invece, quando va in tournée, come quest'anno per il venticinquesimo, viene un po' di pancetta perché non ha tempo di andare a correre come fa di solito a Milano.
Noi amiamo il teatro. Giacomo è stato il regista di uno spettacolo della scuola di Emanuele ed è stato bellissimo: c'era anche Daniela, che ha interpretato la nonna, e che siccome è la psicologa ha cercato di spiegare ai bambini che il teatro è il gioco più bello del mondo perché si crea una specie di spazio magico in cui ciascuno può essere, in quel momento, quello che vuole. Hai un pubblico intorno, puoi andare dove la tua fantasia ti porta, ed è una cosa molto liberatoria. Daniela dice che in quello spettacolo lei e gli altri attori diventavano matti perché a Giacomo piace improvvisare e ogni sera cambiava copione, anche all'ultimo momento. È abbastanza vero. Ci piace improvvisare e quasi sempre, a teatro, speriamo che succeda qualcosa fra il pubblico, anche una cosa banale, tipo che arrivi qualcuno a spettacolo già cominciato, per poterci inventare qualcosa di nuovo. Con il pubblico cerchiamo sempre di interagire, in tutti i sensi... ...
Siamo tre personalità forti, ma al tempo stesso molto riservate. Non diciamo troppo di noi in pubblico, di come la pensiamo e di quali sono le nostre convinzioni. Però crediamo che la gente percepisca che non siamo mai per dividere, per creare polemiche, conflitti. Abbiamo anche la presunzione di credere che il pubblico abbia capito che siamo tre persone semplici, tre persone che girano senza portavoce e senza scorte, che hanno nome e cognome sul citofono e vanno a fare la spesa al supermercato. Frequentiamo ambienti e persone semplici, non siamo nel giro dei vip.
Chi ci conosce dice che nel privato siamo come appariamo in scena. Aldo non ha il cellulare, e se ce l'ha lo tiene spento; ancora non ha capito il cambio lira-euro, gira senza soldi, si veste più o meno come si vestiva quando i carabinieri lo scambiavano per un balordo, cerca di non farsi riconoscere dalla gente che incrocia. Giovanni è molto ecologista, ama fare il contadino, passa i week-end in campagna dove ara la terra, pianta semi strani, sementi che arrivano dalla Cina e poi diventano chissà cosa; come sapete va a correre, anche se fino ai cinquant'anni ha preso in giro quelli che vanno a correre. Giacomo legge quattro o cinque quotidiani al giorno, perfino il Sole 24 Ore, va alle mostre, compra libri antichi... Sono esattamente i nostri personaggi. Siamo tre persone normali, consapevoli però del fatto che la popolarità a volte può essere un peso per i familiari. Una mattina, tanti anni fa, una delle bambine di Giovanni ha detto a sua mamma: "Questa notte ho fatto un sogno, che chiedevano l'autografo anche a me."
 (Tratto dal Capitolo 15 de TRE UOMINI E UNA VITA, Mondadori, 2016, pp. 189-196)



Vedi anche il mio post precedente:

Thursday, 22 June 2017

THE COMEDIC ART

Aldous Huxley by Tristan Bristow
The Importance of the Comic Genius

Showing That True Comedy, like Genuine Tragedy, Is an Invention in the Grand Manner

by Aldous Huxley (1924)

THE history of literature and art provides us with more examples of fine serious than fine comic achievements. A list of the world's great creators of comedy turns out, when one takes the trouble to compile it, to be surprisingly small. Aristophanes, Chaucer, Rabelais, the Shakespeare of Falstaff, the Balzac of the Contes Drolatiques, Dickens; and among the pictorial artists, Daumier, Rowlandson, Gustave Doré, when he was not wasting his talents on horrible and unsuccessful religious compositions, and Goya, in certain moods. These are the names that first occur to one; and though it would, of course, be possible to lengthen the list, there would not be so very many more to add.

True, we might compile a very long list of the writers and draughts men who make us laugh, but few of them would be what may be styled makers of pure comedy. The number of our physiological reactions to emotion is strictly limited, and we go through the same bodily convulsions in response to very different stimuli. Laughter, for example, is provoked in us by a number of quite distinct emotions. There is the laughter of mockery-the laughter that is a social punishment, applied by the sane majority to those whose crime it is to be unlike their fellow-beings. Go out in an exceptionally large hat or an exceptionally bright tie, and you will hear plenty of that kind of laughter. Satire, whether in art or literature, provokes this cruel laughter. The fact that it is generally written by the exceptional man against the only too sane majority does not prevent it from having fundamentally the same source as the mockery of the majority against the exception. And then, there is the laughter that is our response to the smoking-room story-the laughter that is a safety-valve for letting off innocuously a part of our somewhat excessive interest in the blushful mysteries. There is, also, the laughter released in us by sudden surprise-the loud and rather nervous laughter of children when they hide and pounce out on one another from dark recesses; the hysterical, involuntary laughter that seizes one when stout old Uncle Ebenezer slips on a banana skin and comes thudding to the pavement. Its surprising, startling quality is, perhaps, the principal reason why verbal wit makes us laugh.

Satire, sex, wit – all these things make us laugh, and they may all be present in a work of pure comedy. But they are not, themselves, pure comedy. It is not right to include in one's list of pure comic geniuses the savage satirist, such as Swift; or the mild satirist, like Sheridan, who writes the comedy of manners; nor have the masters of verbal ingenuity, like Congreve; the hardy pornographers of Wycherley's stamp; or the subtler, sniggering suggesters, like Sterne. Your great comic genius is much more copious, much larger, and more inclusive than a mere satirist, or writer of comedy of manners, or a creator of wit. And he is, accordingly, much rarer than the satirist or the wit. He is as rare as the great tragic genius  – and, perhaps, even rarer than he.
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THE pure comic genius must be a great inventor. That is why he' is so rare; the gift of invention is not a common one. You can be an admirable satirist or a fine serious writer, and not be an inventor – only an interpreter of actual life. Tolstoy is the supreme example of the latter class. But to create a coherent, satisfying, comic universe, you must be an inventor. You cannot stick very close to reality –particularly, the inward, spiritual reality – and make pure comedy. And the same applies to pure tragedy-though with this difference, that pure tragedy moves in the internal world, and largely ignores the externals from which pure comedy starts its flight. The characteristic creations of pure comedy, as well as of pure tragedy, are really not human beings at all. They are inventions of the poet's mind, living not in our world, but in a parallel world; similar, but not the same. The Wife of Bath, Pan urge, Falstaff, Mr. Pecksniff; Medea, Macbeth, Ivan Karamazov – these are all creatures of fable, larger than life, as befits mythological beings; and living, not with the everyday life of men, but more intensely – with the prodigious and god-like life infused into them by their creators. Serious realistic art is not creative, like pure tragedy. It depends on actual life, of which it is a picture and practical interpretation. Similarly, satire, the comedy of manners, and wit are not creative, like pure comedy. Satire and the comedy of manners depend on the actual life they portray and mock at, with greater or less ferocity; while wit is an affair of verbal ingenuity. The difference is important.

All these varieties of what we may call contingent art are less eternally interesting than the two great creative and absolute types of art. For though, to contemporary readers, a book which deals directly, and so to speak scientifically, with the life they know may be immensely valuable, it will lose much of its interest and value when the conditions of life on which it is based have changed. Only the ideal, perfected world, that is parallel to the real world, remains forever comprehensible and fresh. It is difficult not to believe, for example, that Dickens will outlast Tolstoy; though Tolstoy, in certain respects, is much more interesting and valuable to us at the present time.

It would be absurd, of course, to pretend that great comic creations are as profoundly significant as the great creations of tragedy. Comedy necessarily leaves out of account some of the most important elements of man's spiritual life. It is of the earth, earthy – its strength, its size, its colossal energy and these are the essential characteristics of all great comic creations, from Gargantua to Micawber, from Falstaff to the fabulous Burgesses of Daumier's impassioned invention. There are the strength, size, and energy of earth-born things; there is something superbly animal, something sappy, full-blooded, and earthily un-selfconscious in pure comedy. We seem to be looking on at the gamboling of mastodons, the playing of young whales, the tumbling of a litter of dinosaur puppies. The mind the troubled spirit of man, have but little place in comedy, the stage is occupied by his healthy body and its natural instincts. But this does not prevent a comic creation from being, in its own sphere, a delightful, and even a grand, magnificent, and beautiful, thing. Comedy deserves to be taken seriously.
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THIS is a fact too frequently forgotten; a fact that is not even. understood by the second-rate practitioners of comedy. These lesser exponents of comedy humiliate their art to an association with triviality, ugliness, and vulgarity. The great mass of what passes nowadays (or that has passed, for that matter, at any other period) for comic literature or art is stamped with this pettiness and vulgar hideousness. The average comic drawings, comic novels, comic plays, comic films – how small and grubby they all are! One has only to compare these little horrors with the creations of the genuine comic geniuses to see how miserably debased, how unworthy of the name of comedy, they are. A great comic work can be as large, as magnificent, and, in its own way, as beautiful, as a work of serious art. The fact is that the beau ideal and the grand style are not exclusive possessions of serious art. There is also a comic beau ideal and a comic grand style. Comic poetry can be genuine poetry; that is to say, beautiful poetry. Comic art can be grand. A huge scale, a colossal, earthy energy, are, as we have seen, the characteristics of comedy. The comic grand style is, accordingly, a rich, emphatic style, that chiefly differs from the grand style of serious art by being too rich and too emphatic. The step is short from the sublime to the ridiculous – and in much art that is intended to be serious, that short step has been taken. The baroque style in the plastic arts, for example, is essentially a comic grand style; its extravagance is unfitted for use in serious, tragic art. The rich, turgid prose of the seventeenth century is essentially a prose for the expression of comedy. The best passages in Milton's prose works are those in which he is making some enormous joke (the portentous phenomenon occurs more than once in the Areopagitica, and produces overwhelming effects). This clotted, extravagant style of prose, which the critics have agreed to call "poetic," is seen in Urquhart and Motteaux's translation of Rabelais to be the most perfect medium for comic expression. And the gorgeous rhetoric of the Elizabethans, which, when employed in serious. passages, trembles perilously all the time on the verge of the ludicrous, is seen, when used for comic purposes, to be perfectly suitable.
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RETURNING to pictorial arts, we find that practically the only good artist produced by the romantic movement is Gustave Doré; and he is good, not when he is being romantically serious, but in his masterly comic works (the illustrations to Balzac's Contes Drolatiques are a typical :md noble example). The romantic style, with its extravagance, its picturesqueness, its violent contrasts, is, like baroque, an essentially comic grand style. Briefly to sum up, we may say that the principal difference between the comic grand style and the tragic is that the comic grand style is the grander. It is ludicrous in its exaggerated vehemence, but beautiful.

Aldous Huxley (artistic rendition)
The great comedians have all combined comedy with beauty and magnificence. Aristophanes was one of the finest of Greek poets. In the Canterbury Tales, you will find the richest comedy, expressed in terms of a limpid beauty hardly rivaled in all literature. Ben Jonson's Volpone and The Alchemist are positively heroic in scale; in them, the sublime is fused indissolubly with the ridiculous.

We see the same beauty, the same grand style, in the works of the great comic artists. All Goya's sense of beauty appears in his comic work. He was, in his comedy, an intensely serious artist: witness his admirable series of "Caprices." Daumier, in the world of comic art, is what Michelangelo is in the world of tragic art. His comic conceptions are on the same grand scale, and exhibit the same prodigious energy, as the frescoes on the roof of the Sistine Chapel. Doré, as we have seen, makes the grotesque romantic. And the best of Rowlandson's drawings and engravings – for example, the marvelous Soiree at Burlington House – are marked by a force and grandeur of scale that would do credit to a great tragic creation.

It is unnecessary to speak here of our contemporaries. A few men of real comic talent are producing books and pictures at the present time. Not many, however. Most of our comic literature is mere satire, mere comedy of manners, mere wit. Most of our comic art is either not intrinsically comic at all – it is a mere accurate illustration of a funny scene, corresponding to the comedy of manners in literature – or else, when it tries, by distortion and an energetic exaggeration, to become intrinsically comic, it achieves only a petty ugliness and a mean and irritating vulgarity.


...And on comedy and comedic genius, I'd like to post here a past article by Jeet Heer on the New Republic about the "comedic genius" of... Donald Trump!
Donald Trump's Comedic Genius
Why liberals and conservatives alike find him so funny—if not for the same reasons

By  JEET HEER (New Republic, 8 September, 2015)

All humorists know that Donald Trump is a gift from the comedy gods. Even before his presidential run, he was a standard target for late-night television quips, and his ascendency in both the polls and public visibility have left some retired gagsters regretful that they can’t keep jabbing at him. David Letterman has said that quitting his show before Trump’s campaign started was “the biggest mistake of my life” and made a special post-retirement top ten list devoted to Trump: “He wants to build a wall? How about building a wall around that thing on his head?” Jon Stewart, during the twilight of his run as The Daily Show host, expressed gratitude to Trump as a comedy cornucopia, saying, “I really feel like he’s some sort of Jewish holiday waiting to happen. Like, ‘We thought the craziness would only last a day…’”

Politicians of all stripes are constantly targeted by satirists, but there is something different about Trump. As the campaign wears on, it’s increasingly apparent that Trump is not just fodder for comedians, but himself a stand-up quipster of no mean talent.

The remarkable fact about Trump is how consistently amusing he can be even to people who despise his xenophobic politics. For liberals, it’s hard not to chuckle when Trump, at Thursday’s press conference, said about his rival Jeb Bush, "It's a little bit sad. He was supposed to win but he doesn't have the energy.” To be sure, there’s a strong dose of partisanship in the mirth Trump elicits from leftists: He’s making a mockery of much-heralded, more respectable GOP candidates who are supposedly much more qualified than he is, while also throwing the party’s nomination process into chaos. The whole spectacle is unbelievably entertaining.

Yet liberals are far from alone in laughing at Trump’s quips, since the Republicans in the audience of his speeches and at the debates can be heard cackling in delight (although perhaps at different points than liberals do). Despite being one of the most polarizing figures in American public life, Trump is also, quite unexpectedly, a comedian who can unite the country in laughter.

Listening to a Trump speech or watching him in a debate is an unexpectedly exhilarating experience, because amid the staid rules of politics his entire presence is refreshingly unpredictable. Letterman-style quips about Trump’s ridiculous hair only capture what is superficially amusing about the Republican frontrunner. There’s no denying that his tics and manners—his constant stream of lavish self-praise, his gesticulations and mugging to the camera, his exaggerated New York dialect (“yuge”), and, without question, his singular approach to coiffing—all make make him comical.

But there is more to Trump’s humor than his outsized personality. He excels at the fundamentals of comedy: disrupting cultural norms with his outrageous insults and generally unruly behavior. His style of comedy is by no means unique to him. You can hear it up and down the radio dial all day and night from a wide array of right-wing bloviators. Trump’s innovation is to bring this crass rhetoric into the political mainstream.

Disruption is at the very essence of comedy. Amusement is produced by the thwarting of expectations, by the breaking of rules. Pies are meant to be eaten, but become funny if thrown in the face. The clown is the figure who does what we are socialized not to do: If we are generally taught to be respectful of others, the clown is loud, obnoxious, boundary-crossing and in-your-face. What’s true of clowns applies to comedians in general. Comedy is Charlie Chaplin whacking a cop, the Marx Brothers turning an opera into a shambles, Flounder vomiting on the Dean in Animal House, Borat and his producer wrestling naked through the hallways of a hotel, or Lillian defecating in the middle of the street in Bridesmaids.

Analyzing Borat, the late writer Aaron Swartz noted that the film “is about the existence and enforcement of cultural norms. In place after place, Borat goes somewhere and does exactly what you’re not supposed to do. By doing so, he demonstrates exactly what our cultural assumptions are, makes us laugh uncomfortably at their violation while we start to question their legitimacy, and then documents the punishment inflicted for violating them.” Aside from the fact that he suffers no punishment—indeed, goes from triumphant poll to triumphant poll—Trump exactly fits Borat model.

Trump describes himself as a “non-politician,” an all too familiar political pose. But what sets Trump apart from other supposed outsider candidates like Carly Fiorina, the former Hewlett-Packard CEO, is that Trump is constantly saying things that are not just unpolitical but really outside the normal boundaries of decorum. Speaking to a large crowd in Mobile, Alabama, Trump crowed about the money he expected to win from a lawsuit with Univision. “I sued them from for $500 million,” Trump boasted. “I want that money. I want that money.” Slobbering after a big settlement is unsettling enough in a normal litigant, but really startling coming from aspirant to the White House.

In that same speech, Trump proposed getting America’s allies such as Germany, Japan, and South Korea to pay for the protection the U.S. military provides. He noted that some object to this idea because it’s the equivalent of acting like the mafia. Trump’s response? “Don’t worry about it, okay? The mafia is not so stupid.” It’s possible that there are other American politicians who admire the mafia, but Trump is surely the only one to openly say that the shrewdness of gangsters is worth emulating.

What’s disruptive about these statements is that they completely overturn the standard ideals of civic-mindedness and statesmanship. Unlike typical politicians, Trump makes no effort to hide human emotions like greed, spite, selfishness, and vengefulness. The comedy of having base emotions so nakedly exposed has the added benefit of reinforcing Trump’s claim that he’s much more honest than the pre-programmed candidates who usually run for high office.

Trump’s comedy stylings have a lineage. His spiel owes much to the tradition of insult comedy, which flourished after the Second World War and was best exemplified by figures like Don Rickles and Joan Rivers. A bohemian challenge to the polite rules of suburban life, insult comedy was brassy, aggressive, and urban, a jolting assertion of personality and will. In later incarnations, insult comedy infused the works of shock jocks like Howard Stern (whose show Trump has been on). Originally apolitical, insult comedy has taken on a conservative coloration in the last 20 years because it can be presented as a revolt against the supposedly stifling rules of progressive political correctness. Broadcasters like Morton Downey, Jr., Rush Limbaugh, Dennis Miller, and Michael Savage have shown that insult comedy can easily go hand in hand with the politics of white male resentment.

Trump’s major innovation has been to realize that this politicized version of insult comedy doesn’t have to stay on the margins of talk radio.

Trump’s major innovation has been to realize that this politicized version of insult comedy doesn’t have to stay on the margins of talk radio, but can become the fuel for actual electoral politics. It’s not clear whether Trump is knowingly mimicking the shock-joke approach or just picked it up by osmosis. He’s appeared on Howard Stern’s show and has expressed admiration for Limbaugh, and certainly his own career as a reality show star on The Apprentice has helped him master his showbiz chops. This explains why Trump is able to deflect any criticism of his bigotry and misogyny by saying that he’s not politically correct. That’s a standard defense stand-up comedians use, and one that suits Trump as a comic presidential candidate. Not surprisingly, right-wing talk radio has been a strong bastion of pro-Trump sentiment.

Trump’s merger of comedy with politics is troubling. We properly grant comedians a license that doesn’t extend to other public figures. Comedians like Chris Rock, Amy Schumer, Sarah Silverman, or Louis CK can say all sorts of bigoted things as part of their act because art has to explore unruly emotions, to voice troublesome thoughts, and to mirror sometimes ugly social realities. As a comedian-politician, Trump is borrowing the permission granted to comedians but using it to voice bigotry rather than interrogate it. Because of his general clowning around, Trump has created a space whereby his xenophobia and sexism can be forgiven or extenuated as “just kidding around.” But if Trump is a clown, he’s a menacing one, a clown who uses laughter for sinister ends.

...And now he is the President of the United States! His greatest joke of all.
Donald Trump - Caricature