AN ANTHOLOGY OF THOUGHT & EMOTION... Un'antologia di pensieri & emozioni

Saturday, 24 June 2017

TRE UOMINI E UNA RISATA

L'ho letto e l'ho gustato: mi è piaciuto e illuminato.
La storia (vera) di tre comici che amo e che mi fanno (veramente) ridere... Aldo, Giovanni e Giacomo sono persone molto semplici e umanamente straordinarie. Credo che fra cinquant'anni saranno come Totò e Peppino mentre scrivono la lettera in Malafemmina: immortali. La loro comicità mi riporta all'adolescenza, quando ridevo con Stanlio e Ollio: hanno la loro leggerezza comica, dichiaratamente ereditata dal grande duo.
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👉 Dal risvolto del libro:

«A trent’anni passati da un pezzo eravamo ancora tre mal trà insèma, come si dice a Milano: tra bambinoni che non si rassegnavano all’idea di mettere la testa a posto e tenersi stretto l’impiego sicuro…»

C’è stato un tempo in cui Aldo faceva l’operaio alla Stipel, Giovanni l’acrobata e Giacomo l’infermiere all’ospedale di Legnano. Tutti e tre, però, avevano un sogno: recitare. Così, nei ritagli di tempo facevano i mimi acrobati alla Scala, gli animatori nei villaggi turistici o i doppiatori nei cartoni animati. Poi, i primi spettacoli di cabaret in piccoli locali del Milanese e del Varesotto, provando gli sketch nel box di un amico riscaldato da una stufetta. Giravano con la Opel vinaccia di Aldo che andava solo in seconda e capitava davvero di arrivare nel posto sbagliato il giorno sbagliato, come nella gag della Subaru a Pizzo Calabro. C’è stato anche un tempo in cui hanno pensato che forse era meglio lasciar perdere, e ritornare al vecchio, comodo posto fisso. Ma non si sono arresi.

Nel loro venticinquesimo anniversario, in questo libro per la prima volta Aldo Giovanni e Giacomo raccontano, anche con molte straordinarie immagini inedite, il backstage della loro vita: come si sono conosciuti, quando e dove hanno deciso di mettersi insieme, gli anni difficili ma al tempo stesso felici di una giovinezza in cui sono riusciti sempre e comunque a restare se stessi. Qui si narra di quando non venivano pagati in locali improbabili da gestori altrettanto improbabili («Ma lü el fa rid? Perché sel fa minga rid mi paghi no», dissero una volta a Giacomo) e di quando la ruota girò, con il successo in televisione con Mai dire gol, a teatro con I Corti e al cinema con Tre uomini e una gamba, un film in cui non credeva nessuno, girato con quattro soldi, ma destinato a sbancare al botteghino.

Mai, prima d’ora, Aldo Giovanni e Giacomo avevano raccontato il loro «privato». E il lettore si sorprenderà nel vedere, in questa specie di album di famiglia, che molti degli sketch più famosi del trio sono ispirati a fatti veri, qui ricordati con tenerezza e a volte con un po’ di nostalgia: quando Aldo si spacciava per Brambilla Fumagalli per conquistare la figlia di un lumbard, quando Giovanni fece morir dal ridere un importante uomo politico parlando in sardo, quando Giacomo entrò in un ospedale per una colica renale e si mise a litigare con i medici.

È la storia, anche, di un’amicizia. Tre amici che sono rimasti persone semplici, così tanto somiglianti a quei tre matti che vediamo sul palcoscenico.
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👉 Stralcio dell'ultimo capitolo (15):

GALLERIA D'ARTE
ovvero come siamo oggi: tre persone contente, che devono tutto a voi che ci avete voluto bene
Eccoci qua, insomma, oggi. Cerchiamo di raccontarvi come siamo nella nostra vita fuori dal palcoscenico. Tre persone normali, ciascuno con la propria famiglia e i pensieri di tutti, ciascuno con le proprie passioni e le proprie fisse. Giovanni è intrippato con la corsa, Aldo dipinge, Giacomino scrive perché lui è l'intellettuale del gruppo. Un po' come lo vedete nello sketch della Galleria d'arte.[vedi video]
Quello sketch lì, che a teatro abbiamo messo in scena per la prima volta ad Anplagghed nel 2006, nasce di fatto in casa di Giacomo, tanti e tanti anni fa. Lui viveva da solo e tra le tante stranezze s'era comprato un quadro astratto, di quelli che non si capisce bene se l'ha realizzato un grande artista o nostro figlio all'asilo. Una sera Aldo e Giovanni vanno a trovarlo, vedono quel quadro, si scambiano, un'occhiata e lì comincia la gag. Aldo lo guarda e commenta: "Minchia, che capolavoro", Giovanni dice a Giacomo: "Guarda che hai sbagliato a metterlo, così è all'incontrario". Molti, assistendo al nostro sketch della Galleria d'arte, hanno pensato che ci fossimo ispirati alla scena tratta da Le vacanze intelligenti, quando la moglie obesa di Alberto Sordi si siede su una seggiola alla Biennale di Venezia perché è stanca morta e i visitatori la scambiano per un'opera d'arte. Ma giuriamo che noi quel film non l'avevamo visto, il nostro sketch è figlio di uno sfottò a Giacomino che dura da una vita! È figlio anche di una constatazione a cui pochi hanno il coraggio di dar voce in pubblico perché si rischia di far la figura degli ignoranti, ma che quasi tutti condividono: e cioè che l'arte moderna è anche qualcosa di misterioso in cui spesso non è facile distinguere fra genialità e banalità. Oseremmo dire anche fra genialità e presa per il culo. Come proprio quest'anno – mentre noi eravamo in tournée a portare in giro anche lo sketch della Galleria d'arte  ha dimostrato TJ Khayatan, un ragazzo di diciassette anni che al Museo d'Arte Moderna di San Francisco ha appoggiato sul pavimento i suoi occhiali da vista. Era uno scherzo, eppure i visitatori hanno scambiato quegli occhiali per un pezzo dell'esposizione e si sono messi in coda per ammirare la straordinaria opera d'arte... Un po' come il nostro estintore Meteor.
Giovanni, che corre, sa che c'è una maratona che si fa d'estate, la Monza-Resegone, che ha una particolarità: è a squadre. Nel senso che si corre in tre. Bisogna partire in tre e arrivare in tre: se uno abbandona, tutta la squadra deve abbandonare. E al traguardo il tempo viene preso sull'ultimo del terzetto. Per certi versi è un vantaggio. Perché correre in tre vuol dire non essere da soli. Vuol dire sostenersi. Vuol dire che, quando uno resta indietro, gli altri lo aspettano e fanno di tutto per spingerlo a ripartire.
È stato importante, per noi, essere in tre. È stato importante in tanti e tanti spettacoli che abbiamo fatto. Non si è mai tutti in forma allo stesso modo. Alla fine di ogni esibizione, in  camerino, ciascuno di noi pensa che uno degli altri tre era in gran forma e un altro un po' giù. Poi ciascuno di noi pensa anche di essere stato comunque il migliore della serata, ma questo è un altro discorso. Quello che è certo è che sul set e sul palcoscenico ci si porta dietro anche la cosiddetta vita privata, una preoccupazione o una gioia, una litigata o il ricordo di una giornata serena. E tutto questo ti condiziona, nel bene e nel male. Essere in tre vuol dire che a ogni spettacolo scatta naturalmente un gioco di squadra per cui i due che stanno meglio "tirano" quello in difficoltà, come nel ciclismo durante le tappe in montagna.
Ma essere in tre non ci ha aiutato solo durante i singoli spettacoli. Ci ha aiutato anche a tenere botta per un quarto di secolo come trio. Ognuno di noi ha attraversato momenti di stanca, perché essere personaggi pubblici non è sempre facile. Però, se  uno era giù, gli altri due lo tiravano su, e così non abbiamo mai pensato di separarci. È come se non fosse possibile non essere più un trio.
Una volta, quando eravamo più giovani, vivevamo praticamente insieme. Pranzi, cene, partite di calcio e di basket, vacanze... Adesso che i figli di Giovanni e Aldo sono più grandi, e il figlio di Giacomo invece è molto più piccolo di loro, ci siamo un po' allontanati, nel senso che ciascuno ha una sua famiglia e una sua vita che procedono autonomamente. Noi tre ci vediamo per lavoro, nell'ufficio di Paolo Guerra, almeno due volte la settimana, o tutti i giorni quando stiamo girando un film. Ma con le famiglie ci frequentiamo di meno. Anche se i nostri fan pensano che siamo sempre insieme, che siamo un trio anche nella vita privata. Una volta a Varigotti, in spiaggia, un tizio ha visto Daniela [moglie di Giacomo] e ha detto a un amico: "Guarda, quella è la moglie di Aldo, Giovanni e Giacomo!" Uè, calma, ragazzi: va be' che oggi l'idea di famiglia è cambiata, ma calma.
Siamo tre persone che, con il passare del tempo, si sono anche differenziate per interessi e idee, su tante cose. Però la gavetta insieme ci ha legati tantissimo, e per sempre. Siamo come tre fratelli, ma più liberi. E abbiamo conservato una filosofia da casa e bottega. Molte volte i familiari ci aiutano negli spettacoli, i figli ci seguono... Ogni tanto portiamo Emanuele, il piccolo di Giacomo, con i suoi amichetti a vederci e sono tutti felicissimi, i bambini sanno le nostre battute a memoria.
Quando Giacomo ha compiuto sessant'anni, Daniela gli ha regalato un filmato amatoriale con i bambini che recitano le nostre scenette. Quando lo abbiamo visto abbiamo riso come dei matti. Non avremmo certo pensato, venticinque anni fa, di lasciare un segno così profondo, di piacere tanto anche ai più giovani. Forse è perché siamo rimasti come loro, ridiamo delle piccole cose come ridono loro, che si divertono con poco. E hanno risate così contagiose: vedi un bambino che ride e ridi pure tu, non sai perché, ma ti viene da ridere. È una festa. "Non uccidete mai il bambino che è in voi" diceva il grande Jacques Tati, attore, regista, mimo e comico francese. 
A volte sentiamo un po' la fatica, questo sì.A Giacomo, dopo gli spettacoli, spesso va via la voce e la mattina seguente deve fare i suffumigi. Lui è un milanese di quelli tosti, puntuale, preciso, ordinato e metodico come Sugar dei Busto Garolfo Cops [vedi video]: si alza presto, legge i giornali, porta Emanuele a scuola. Anche Giovanni si alza presto; quand'era più giovane, dopo gli spettacoli dormiva di più, anche fino a mezzogiorno, ma adesso il sonno dura meno, sarà perché invecchiamo. Aldo invece sta sul divano come ci stava una volta, e sua figlia dice: "Ah, se i suoi ammiratori vedessero come sta in casa...".
La verità è che gli anni passano e fare gli attori, ripetere per quaranta serate gli stessi sketch come è successo nella tournée del venticinquesimo, è bello ma anche pesante. A teatro ci portiamo il massaggiatore, perché le contrazioni muscolari sono tremende. Sul palcoscenico spesso facciamo cose molto fisiche, soprattutto Aldo e Giovanni che hanno una formazione da acrobati, e quindi dobbiamo avere cura anche dei muscoli perché non abbiamo più vent'anni, e neanche trenta. Ahinoi, neanche quaranta. A Giacomino invece, quando va in tournée, come quest'anno per il venticinquesimo, viene un po' di pancetta perché non ha tempo di andare a correre come fa di solito a Milano.
Noi amiamo il teatro. Giacomo è stato il regista di uno spettacolo della scuola di Emanuele ed è stato bellissimo: c'era anche Daniela, che ha interpretato la nonna, e che siccome è la psicologa ha cercato di spiegare ai bambini che il teatro è il gioco più bello del mondo perché si crea una specie di spazio magico in cui ciascuno può essere, in quel momento, quello che vuole. Hai un pubblico intorno, puoi andare dove la tua fantasia ti porta, ed è una cosa molto liberatoria. Daniela dice che in quello spettacolo lei e gli altri attori diventavano matti perché a Giacomo piace improvvisare e ogni sera cambiava copione, anche all'ultimo momento. È abbastanza vero. Ci piace improvvisare e quasi sempre, a teatro, speriamo che succeda qualcosa fra il pubblico, anche una cosa banale, tipo che arrivi qualcuno a spettacolo già cominciato, per poterci inventare qualcosa di nuovo. Con il pubblico cerchiamo sempre di interagire, in tutti i sensi... ...
Siamo tre personalità forti, ma al tempo stesso molto riservate. Non diciamo troppo di noi in pubblico, di come la pensiamo e di quali sono le nostre convinzioni. Però crediamo che la gente percepisca che non siamo mai per dividere, per creare polemiche, conflitti. Abbiamo anche la presunzione di credere che il pubblico abbia capito che siamo tre persone semplici, tre persone che girano senza portavoce e senza scorte, che hanno nome e cognome sul citofono e vanno a fare la spesa al supermercato. Frequentiamo ambienti e persone semplici, non siamo nel giro dei vip.
Chi ci conosce dice che nel privato siamo come appariamo in scena. Aldo non ha il cellulare, e se ce l'ha lo tiene spento; ancora non ha capito il cambio lira-euro, gira senza soldi, si veste più o meno come si vestiva quando i carabinieri lo scambiavano per un balordo, cerca di non farsi riconoscere dalla gente che incrocia. Giovanni è molto ecologista, ama fare il contadino, passa i week-end in campagna dove ara la terra, pianta semi strani, sementi che arrivano dalla Cina e poi diventano chissà cosa; come sapete va a correre, anche se fino ai cinquant'anni ha preso in giro quelli che vanno a correre. Giacomo legge quattro o cinque quotidiani al giorno, perfino il Sole 24 Ore, va alle mostre, compra libri antichi... Sono esattamente i nostri personaggi. Siamo tre persone normali, consapevoli però del fatto che la popolarità a volte può essere un peso per i familiari. Una mattina, tanti anni fa, una delle bambine di Giovanni ha detto a sua mamma: "Questa notte ho fatto un sogno, che chiedevano l'autografo anche a me."
 (Tratto dal Capitolo 15 de TRE UOMINI E UNA VITA, Mondadori, 2016, pp. 189-196)



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