AN ANTHOLOGY OF THOUGHT & EMOTION... Un'antologia di pensieri & emozioni

Saturday, 18 February 2017

LE RAGIONI DELL'ODIO

Le ragioni dell’odio portano sempre dritte a una qualche forma di verità…

Sto iniziando a leggere questo (non) romanzo di Marco Triana, inviatomi da recensire: promette bene... Innanzi tutto ha un'epigrafe di Thomas Bernhard, e questo mi fa subito godere e pensare che questo grande autore comparirà spesso nel testo

Invece di suicidarsi le persone vanno a lavorare.
T. B., Correzione
...poi mi riporta ai ricordi di gioventù, tra Firenze e soprattutto Grosseto. Infine, la narrazione si svolge in prima persona, e la cosa mi prende e coinvolge.

Bene, ecco dall'editore la
Sinossi:
Un viaggio in treno dalla Maremma a Firenze, l’odiata città natale dove il protagonista ritorna per assistere al funerale del cugino suicida, prende la forma di un monologo dai toni sferzanti, sarcastici e a tratti disperati, e diventa correlativo oggettivo di un’esistenza votata all’alienazione, a un rancoroso isolamento, alla rabbiosa ma lucida denuncia dei perversi ingranaggi della società e dell’assurdità della condizione umana. Il lettore viene trascinato quasi a forza in un desolante paesaggio interiore, popolato dai fantasmi di un passato che, per quanto lontano e ormai rinnegato, sembra destinato a non svanire mai e a tornare ad assillare ancora e ancora la mente di Bruno. In questa tundra stretta nella morsa della disperazione, in questa implacabile approssimazione alla follia e al nulla, l’amore fa una fugace, per quanto folgorante apparizione: ma di quell’aurora boreale non resta ormai che un pallido sole di mezzanotte.

...poi, uno stralcio dell'incipit:

Scendere da Firenze a Grosseto è un percorso naturale, nel senso che ricalca in qualche modo il tragitto che ogni uomo è chiamato a compiere, anzi meglio: è costretto a compiere, rettificai, nel corso della propria esistenza. Non a caso, parcheggiando l’auto, questo pensiero si presentò alla mia mente in questa forma, attraverso il verbo “scendere”. Quello da Firenze a Grosseto è un percorso discendente, e certo non perché da nord a sud, ma perché degrada dal verde del Chianti fino al marrone e al giallo bruciato della Maremma, attraverso il grigio delle Crete Senesi che, in questa metafora di facile lettura, rappresenta l’inevitabile indurimento dell’età adulta, la glaciale rivelazione della caducità del tutto che apre le porte al paesaggio pianeggiante e paludoso della Maremma, dominato dallo spettrale pino marittimo, dalla stentata ginestra, da rocce scure e, d’estate, dal grano disfatto dal sole – disfecemi Maremma, sospirai. Il tragitto inverso, da Grosseto verso Firenze, pensai mentre tornavo indietro fino alla macchina per assicurarmi di averla chiusa a chiave, prima di raggiungere la biglietteria della stazione, è un percorso del tutto innaturale, faticoso e insensato,
che lì per lì mi fece pensare alla risalita dei salmoni che precede il biasimevole atto della procreazione, il quale – meravigliosa dimostrazione della lucida spietatezza della natura – precede a sua volta, non a caso, l’annientamento del salmone stesso per azione degli artigli dell’orso. In quel momento, mentre verificavo senza stupore d’aver effettivamente chiuso l’auto una manciata di secondi prima, mi risuonarono nella mente le note dell’Adagio di Albinoni, che suggerisce appunto, con quella lenta ripresa degli archi, tutta la fatica della natura nel rinnovare il suo corso millenario, senza sapere perché e stupendosi ogni volta dell’insensatezza di quell’eterno ricominciare, la sua profonda stanchezza e la straziante dolcezza di cui non riesce a disfarsi. Questo sentimento, mi fu subito chiaro, aveva a che fare col percorso del tutto innaturale che mi apprestavo a compiere, poiché quel giorno mi sarei dovuto recare a Firenze da Grosseto, e questo percorso, ribadii a me stesso, era un percorso del tutto contro natura. A renderlo ancor più innaturale era il fatto che mi trovassi a compierlo in ottobre, vale a dire in autunno e cioè in piena fase decrescente, il che avrebbe conferito
un ulteriore significato al percorso inverso, da Firenze a Grosseto, mentre io in modo del tutto innaturale e quasi offensivo mi trovavo a dover risalire, attraverso le Crete Senesi e poi il Chianti, dalla Maremma fino a Firenze. Mi consolava l’idea che quel tragitto l’avrei percorso in treno, il che, pensavo, mi avrebbe indotto una sensazione di passività, e quindi di minor adesione all’oscenità del
percorso stesso. Ma la scelta del treno era dettata anche da una ragione, per così dire, d’ordine pratico, in quanto non dovermi concentrare sulla guida, avevo pensato quella mattina raggiungendo Grosseto in auto da Castiglione della Pescaia, ma forse, a pensarci bene, già la sera prima, mi avrebbe permesso di prestare maggiore attenzione alla figura di mio cugino, sebbene già mentre percorrevo in auto i venti chilometri che separano la mia casa – la mia vera e unica casa di Valle delle Cannucce, nel Comune di Castiglione della Pescaia – da Grosseto avessi iniziato a sforzarmi di pensare a mio cugino, che era la ragione di quel viaggio assurdo a cui mi apprestavo. Assurdo il viaggio, non certo il mezzo. Anche se in molti sarebbero in disaccordo con questa affermazione. Molti riterrebbero assurdo prendere un regionale lento e maleodorante, che sosta in ogni stazioncina di ogni sperduto paesello, impiegando il doppio del tempo che avrei impiegato con l’auto. Molti non riescono a capire il concetto del tempo per sé, inteso sia come tempo per i propri pensieri che come tempo in sé, essendo per costoro il tempo, come ogni altra cosa del resto, nient’altro che una misura, qualcosa da riempire o al massimo da accorciare, laddove non sia utile riempirlo, qualcosa in definitiva da consumare, pensai, la misura appunto, ribadii, del loro niente. La sola obiezione che costoro comprendono è quella relativa al costo, obiezione che in questo caso non ha senso muovere, poiché la mia è un’auto a metano e il costo del viaggio sarebbe stato all’incirca lo stesso, in treno o in macchina. E anche il fatto di guidare un’auto a metano è visto perlopiù come un risparmio, pensai, non certo come un atto di benevolenza verso la natura o verso i propri simili o presunti tali, tant’è che ogni sorta di impedimento o di dissuasione dell’uso dei mezzi a metano è tollerata e anzi considerata del tutto normale, se non addirittura ovvia, e nessuno si stupisce che un guidatore che abbia scelto, qualunque sia la ragione di questa scelta, l’auto a metano sia costretto a girare e nella totalità dei casi a perdersi lungo anonime arterie di orribili periferie per affermare il suo diritto di guidare un’auto a metano e il suo proposito di non accanirsi ulteriormente sull’atmosfera terrestre; proposito che appunto, lungi dall’essere incoraggiato, viene dissuaso, quando non deriso, a beneficio di petrolieri senza scrupoli che tengono in scacco milioni di individui e da questi stessi individui sono poi additati
come modelli, e spesso addirittura venerati e portati, come si suol dire, in palmo di mano, secondo un bizzarro meccanismo riconducibile alla sindrome di Stoccolma. Sempre sorridono i petrolieri davanti ai microfoni, pensai, mentre parlano delle loro regate, delle loro squadre di calcio, delle iniziative benefiche che patrocinano, senza che a nessuno degli addetti a sostenere i microfoni venga in mente di domandare loro da dove provengano i soldi che hanno speso per le loro barche o per gli stipendi
dei calciatori o per le iniziative benefiche da loro lautamente e generosamente finanziate, sulle spalle di chi questi patrimoni mostruosi siano stati accumulati e a danno di quali ecosistemi, lasciando passare così sottotraccia un senso di complicità scandalosamente mal retribuita da parte dell’intera Nazione, pensai. Nessuno che domandi a questi petrolieri, a questi trafficanti autorizzati di morte
perché mai i loro ingegneri – categoria più d’ogni altra ottusa e disgustosa – e operai specializzati siano costretti a vivere in bunker militarizzati nelle zone più remote e più povere del pianeta, perché mai debbano circolare ovunque sotto scorta. A questo stavo pensando mentre, come ogni volta, mi perdevo nella terribile periferia di Grosseto, alla ricerca dell’unico distributore a metano, naturalmente nascosto tra i baluardi di cemento armato della città, quasi vergognoso, tenendo d’occhio l’orologio per timore di perdere la coincidenza – mai termine fu più azzeccato e adatto alle ferrovie italiane – col treno. Ugualmente riuscii a raggiungere la stazione per tempo, e anzi ebbi modo anche di bermi un caffè al bar, di girarmi e fumarmi una sigaretta, prima di prendere posto sul vagone deserto, come immaginavo e come puntualmente si verificò, del treno che di lì a qualche minuto sarebbe partito e nell’arco di tre ore e mezzo – mezz’ora di irragionevole sosta a Siena – mi avrebbe portato a Firenze. Allora potei rilassarmi e, estratti dalla tasca il taccuino nero e la biro per ogni evenienza, riprendere il filo dei miei pensieri, cercando di concentrarli su Michele, mio cugino, al cui funerale mi sarei recato l’indomani mattina. Mio cugino Michele, che non vedevo da circa dieci anni, come d’altronde da molti anni quasi nessuno dei membri della cosiddetta famiglia aveva rapporti con lui, né io con loro o con molti di loro, si era tolto la vita nel corso della settimana precedente il mio viaggio. Il suo cadavere, impiccato a un albero, era stato rinvenuto sul greto dell’Arno, presso l’Argingrosso, non lontano dalla sua casa nel quartiere dell’Isolotto, e per diversi giorni era stato affidato alle solerti cure della medicina forense. Come da prassi un magistrato ne aveva disposto l’autopsia, al fine di accertare le cause, pur evidenti, del decesso. Appena mia sorella mi comunicò la notizia, notizia che non mi sorprese minimamente, se non per il fatto di non averla ricevuta anni addietro, non potei non pensare che mio cugino si era tolto la vita nel corso del suo cinquantunesimo anno di età, avendo compiuto gli anni, se non ricordavo male, in maggio, esattamente come Wertheimer, il soccombente di Bernhard, che proprio la sera in cui fui raggiunto dalla notizia ripresi in mano e sfogliai per un paio d’ore. Ma le analogie con Wertheimer non finivano
lì. Michele, mio cugino, pensai, era a tutti gli effetti un soccombente, tanto che appunto non mi ero
minimamente meravigliato del fatto che avesse deciso di annientarsi con le proprie mani, e lo era sempre stato, di questo ero convinto, in un modo del tutto consapevole e in questo suo soccombere aveva proceduto con una determinazione assoluta, non priva di metodo, il che, proprio nel momento in cui il regionale, sbuffando, iniziava la sua lenta marcia di risalita verso la mia città natale, che
non è mai stata mia, mi fece appunto pensare che tutta la sua vita, che non si poteva non leggere come un processo discendente, era stata segnata da una profonda consapevolezza. Michele non aveva lasciato niente al caso, aveva tracciato negli anni il proprio percorso con il preciso intento di annientarsi giorno per giorno, finché l’annientamento fisico della propria persona, a un tratto, gli si era presentato come inevitabile e non più procrastinabile. Sono assolutamente convinto che mio cugino abbia provato una sorta di intima felicità al momento di impiccarsi, scrissi sul taccuino. Poi cancellai quell’“assolutamente” e aggiunsi: o, perlomeno, un senso profondo di liberazione che può essere assimilato alla gioia. Ogni azione nel corso della sua vita, perlomeno della sua vita di adulto, poteva essere legittimamente letta come un chiudersi una porta dietro l’altra, come si suol dire, finché l’unica porta rimasta aperta non fu quella della stanza in cui si sarebbe impiccato, pensai, pur sapendo che si era impiccato all’aperto sull’argine dell’Arno prospiciente le Cascine, vale a dire il più vicino a casa sua, il più naturale. Questa parola, “naturale”, riecheggiò nella mia mente, sovrastando lo stridore delle rotaie, che nei treni regionali, a differenza degli altri, è sempre ben percepibile e, in qualche modo, crea con il tempo un sottofondo ipnotico ai pensieri, un letto, per così dire, che ne determina la direzione, come un fiume. Era perfettamente naturale che Michele si fosse suicidato, pensai, dal momento che il suo suicidio era cominciato parecchi anni addietro. Michele era probabilmente il più intelligente dei suoi fratelli. Michele era stato senza dubbio un ragazzo intelligente. Per quel che ricordo già nell’infanzia aveva dimostrato di essere assai più intelligente sia del fratello maggiore che del minore. La sua era stata, ricordai, un’intelligenza precoce improntata alla beffa e alla cattiveria. Approfittando di un vantaggio di ben sei anni, da bambino era solito circuirmi con scherzi crudeli e incredibilmente articolati.
[...]



Il libro è disponibile nelle librerie dal 6 febbraio 2017, edito da Gilgamesh Edizioni, collana Anunnaki (Narrativa), pp. 160, prezzo € 12,00,  ISBN:978-88-6867-195-2.







Marco Triana è nato a Firenze nel 1979. Con uno pseudonimo ha pubblicato le raccolte di racconti La vuelta al perroe, Gli esseri comunicanti. Nilhotel è il suo primo (non) romanzo.